| Calzaturiero, riparte l'export «E Verona tiene le posizioni» |
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Verona. Parte dall'estero il riscatto dell'industria calzaturiera italiana, che oltre frontiera sviluppa l'80% del business. E se a tirare è soprattutto il mercato britannico, a sostenere l'export nazionale sono anche Stati Uniti e Russia, che dopo il brusco stop del 2009 hanno ripreso a acquistare scarpe made in Italy. È ciò che emerge dai dati Istat del primo trimestre 2010. Per quanto riguarda il distretto calzaturiero veronese non ci sono per ora i dati definitivi, ma dai primi flash scattati vien fuori una situazione stazionaria del settore con alcuni segnali di ripresa dei mercati americano e tedesco. In Germania le aziende scaligere hanno chiuso un 2009 in crescita del 6,2%. LA FORZA DELL'EURO DEBOLE. «Ci sono andamenti contrapposti», commenta Umberto Pinamonte, direttore del distretto calzaturiero veronesi, «a fronte di aziende che stanno riprendendo, ci sono anche altre che non ce la fanno, la sfida in questo momento è quella di fare non solo i produttori ma soprattutto gli imprenditori». Però il trend nel settore scaligero è quello di tenuta su vari mercati con qualche spiraglio negli Stati Uniti, grazie soprattutto al calo dell'euro sul dollaro. «Inutile negarlo», riprende Pinamonte, «le nostre aziende beneficiano e puntano sulla debolezza della nostra moneta e poi contiamo anche sulla ripresa della Germania, che per molte aziende scaligere rappresenta il mercato di riferimento».
LE ESPORTAZIONI. Secondo «Trend Calzaturiero», l'agenzia web specializzata nell'informazione economica sul settore, analizzando i dati Istat del primo bimestre 2010, traccia un primo bilancio positivo: considerando che in Regno Unito le esportazioni, alleggerite del 14% nel 2009, hanno ripreso a marciare a un ritmo annuo di oltre l'11%, spingendosi sopra la soglia dei 3 milioni di paia. Anche in Usa, dopo il tracollo del 2009 (-28%) le esportazioni di scarpe italiane hanno recuperato quasi il 5% in questo primo bimestre, portandosi oltre 2,2 milioni di paia. Un risultato abbinato a uno scatto in avanti del 4% in Russia, mercato in cui l'Italia aveva perso nel 2009 un terzo dei volumi esportati l'anno precedente. Nel complesso le vendite all'estero di calzature made in Italy hanno raggiunto, nel primo bimestre 2010, quota 42,2 milioni di paia, equiparando il risultato del gennaio-febbraio 2009. Ma se si guarda al solo dato di febbraio (25,2 milioni di paia) il confronto con l'anno scorso restituisce un progresso di quasi il 10%. L'onda lunga della crisi si è fatta comunque ancora sentire in Francia e Germania, dove le esportazioni, nel cumulato del bimestre, hanno subito tagli rispettivamente del 2 e del 7% anno su anno.
Infine - da un convegno tenutosi l'altro giorno a Roma promosso da Mps, Nomisma e Anci - la ripresa ci dovrebbe essere a partire dal 2011 e, per consolidare lo sviluppo, le aziende devono fin da subito guardare a mercati emergenti.
RIPRESA NEL 2011. «Siamo convinti - commenta Vito Artioli, presidente Anci, Associazione nazionale calzaturifici italiani - che i distretti calzaturieri italiani siano un esempio di eccellenza della nostra industria e meritino tutto il sostegno possibile.
Per questo riteniamo importante la ricerca che rappresenta anche una dimostrazione dell'attenzione da parte del sistema bancario che crediamo non debba negare, pur in considerazione dei vincoli che dipendono dagli accordi di Basilea 2, il dovuto supporto alla nostra filiera». E la ripresa? «Solo a partire dal 2011 ci si attende un avvicinamento a quelli che erano i volumi di fatturato generati cinque anni fa dai distretti calzaturieri - sostiene Paolo Bruni ad di Nomisma - il quadro è tuttavia molto variegato».P.D.B. Non potevano essere che di stampo cinese i principali scogli che il made in Italy calzaturiero si trova a fronteggiare. Sono infatti la concorrenza internazionale (per il 64% delle aziende) e il costo della manodopera (65%) i maggiori ostacoli alla crescita del settore. Il problema delle risorse finanziarie c'è ma arriva solo al terzo posto (34%) seguite ma con distacco dalla mancanza di infrastrutture (13%). Ma soprattutto, gli imprenditori calzaturieri non scommettono sulle risorse per la formazione: solo il 5% ha usufruito infatti dei fondi pubblici a tale scopo e solo il 28% ha fatto corsi di formazione negli ultimi tre anni.
Lo evidenzia una ricerca sui settori cosiddetti Tac (tessile, abbigliamento, calzature) promossa dal ministero del Lavoro e presentata nei giorni scorsi alla Luiss. Non pesano invece né l'innovazione tecnica né le spese di marketing e comunicazione. Paga invece il modello italiano dei distretti industriali e delle filiere a rete.
Tratto da www.larena.it 20/5/2010 |

SETTORI. Da analisi emergono i primi segnali di ripresa. E gli esperti: ma occorre scommettere sui mercati emergenti. Umberto Pinamonte: «Le nostre aziende puntano anche sulla debolezza dell'euro». Secondo uno studio Nomisma «la ripresa a partire dal 2011»