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SETTORI. Nei primi sei mesi 2010 il comparto scaligero non ha ripreso a correre come gli altri. Ripresa lenta dell'export rispetto a Veneto (+2,5%) e Italia (+3,4%) D'Arcano: «Verona ha abdicato al marchio per il fatturato»
Non ce l'ha fatta, nel primo semestre di quest'anno, il calzaturiero veronese a riprendere i suoi ritmi di esportazione.
L'incremento del fatturato export nel periodo è stato soltanto dell'1,5% (179 milioni), inferiore alla media veneta (2,5%) e soprattutto al quella nazionale (3,4%). In questo modo la calzatura è passata al quinto posto tra le voci di export di Verona, preceduta, per la prima volta, anche dall'abbigliamento (202 milioni, +23,2%). E al quinto posto (con il 5,45% del totale) è anche nella graduatoria delle province esportatrici, alle spalle di Treviso oltre il 13%), Firenze (quasi 9%), Fermo (8,5%) e Milano (poco sopra il 7%), dalla quale, però, partono anche non poche calzature di origine veronese. Sono dati deludenti anche perché i risultati migliori sono venuti dai «soliti» clienti, quindi la Germania (+3,6%), una brillante Russia (+183%), e poi Svizzera (più 20%), Belgio (+36%), Paesi Bassi (+25%) e Grecia (+29%), le delusioni sono arrivate, rispetto al trend nazionale, dalla Francia (quasi -10%), dagli Stati Uniti (-15%), dal Regno Unito (-31%), dall'Austria (-14%) e dal Giappone (-43%). È pur vero che sui mercati consolidati, che rappresentano i tre quarti dell'export Verona è cresciuta (+5%) ben di più dell'Italia e del Veneto, ma , come dice il rappresentante del Distretto, Umberto Pinamonte: «Sono stati trascurati alcuni mercati in ripresa, nei quali si era sofferto in passato e che, invece, a livello Italia, stanno dando segni di ripresa. Dove si investe, come la Russia, si viene premiati», quindi ci sono carenza di strategie comuni e incapacità spesso dei singoli di investire per restare. La situazione quindi non si presenta con positive prospettive, tenendo anche conto che in Italia si vende solo in precise aree del Paese. In altre (soprattutto al Sud) non si prova neppure a vendere, visto che poi i clienti non pagano. Pinamonte spera che vada definitivamente in porto l'operazione università, che consentirà di sviluppare (si attende il riconoscimento dei brevetti) nuovi filoni produttivi legati strettamente alle tematiche salutistiche. Come si spera di portare avanti il progetto della calzatura su misura. E poi conta molto, per il futuro, nel ritorno del «made in» come leva per differenziare il prodotto veronese (ma non si è mai investito nel marchio) rispetto alla concorrenza estera. Secondo Renzo d'Arcano, presidente dei calzaturieri di Confindustria Verona, bisognerà attendere almeno due anni prima di vedere la vera ripresa, e comunque i fattori climatici, che sono determinanti per il comparto. Per d'Arcano inoltre, prima di fare statistiche bisognerebbe esaminare quanto è il lavoro estero su estero (quindi prodotti veronesi realizzati con la delocalizzazione e venduti direttamente all'estero). Ma il nodo, secondo d'Arcano, sta nella incapacità di proporsi insieme o di imporre il proprio marchio. Sono poche le aziende qualificate in questo senso. «Perché si è preferito puntare sui grandi numeri e sul prezzo. Ma quella è una battaglia persa in partenza», spiega d'Arcano, «perché su quei mercati la concorrenza internazionale può fare molto meglio di noi». E allora, che fare? «La categoria è fatta prevalentemente da"lupi solidari"», conclude D'Arcano, «invece bisogna rimettersi in discussione, puntare, per la crescita, sul nome, come sta dimostrando Strà che gioca sulla qualità, sul dettaglio. Verona ha abdicato alla politica del marchio per mirare al fatturato. Ma mi conforta vedere dei tentativi». Intanto si cerca di vendere l'estate 2011 a clienti insoddisfatti per la stagione 2010.
di Franco Ruffo
Tratto da L'Arena del 12/11/2010 |